Amnesie tecnologiche

Mi sono ricordato di avere un blog.

L’avevo aperto un anno fa, principalmente perché mi scocciava che ci fosse qualcun altro che detenesse un blog col mio nome. Sì, un po’ un dispetto nei confronti dei Luca Garibaldi in giro per il mondo…

All’inizio ho pensato pure di usarlo il blog, ma poi non ho mai dato seguito ai miei propositi.

E quindi l’ho un po’ trascurato. Anzi, l’ho proprio abbandonato…

Oggi, mentre vagavo su internet, sono ricapitato su WordPress e mi sono imbattuto nel blog.  A parte la sorpresa nel vedere 260 contatti per questa pagina abbandonata (ed il senso di colpa, del tipo: “C’è pure gente che va a vedere se scrivo qualcosa e tu non lo aggiorni mai!”),  la mia mente si è messa a vagare sul perché di tale amnesia tecnologica.

All’inizio c’era il sito internet. Poi venne il blog. Ma i blogger, anni anni fa, erano una categoria di nicchia, che utilizzavano internet non solo visualizzandone i contenuti, ma pure producendoli. Grande innovazione nella storia di internet, non c’è dubbio. Il blog poi divenne una moda. Era figo avere un blog, quindi tutti dovevano averne uno. Anche chi non aveva mai bazzicato su internet. Quando bisogna cavalcare una moda, però, bisogna  renderla facile da utilizzare, for dummies, diciamo. Per questo nacquero quegli ibridi strani chiamati piattaforme. Quando ero più giovane e osservavo il fenomeno della bloggomania, mi ricordo che in voga, tra noi giovani e di sinistra, c’era il Cannocchiale. Ci sono andato oggi per vedere in che condizioni fosse: l’ho visto maluccio. Tant’è che uno dei miei intellettuali di riferimento – attento esploratore delle web e precursore di molte manie tecnologiche – ha deciso di trasmigrare su un’altra piattaforma, quella più cool. Seguendo l’esempio di altri

Internet intanto diventava sempre più 2.0 (anche se il 90% delle volte non si sa che voglia dire). Arrivarono i social network. Grandissima innovazione anche quella. Ne spuntava uno ogni quarto d’ora e ogni nuovo social network veniva considerato come “il servizio definitivo”. Si andava a periodi, come per Picasso.

Mi ricordo il periodo MySpace (mi pare 2007-8). E tutti a farsi l’account su MySpace. Poi venne Facebook. Ero iscritto prima dell’invasione (2008-9). Tutti a farsi l’account su Facebook, ovviamente. Poi venne Twitter. Ecco, Twitter. Adesso twittano tutti, dagli smartphone, via SMS, dall’Iran ecc. ecc. (2009). E tutti a farsi l’account su Twitter. Pure io. Ma confesso che non l’ho mai capito. Se ho da scrivere qualcosa, la metto nello status di Facebook, no?

E in tutto questo, nella costante ricerca di qualcosa di nuovo da provare, ci si scorda di quello  che abbiamo messo su in passato. Pure io mi sono dimenticato di avere un blog. Sarebbe interessante sapere quanti account di blog, facebook, twitter, friendfeed ecc. sono stati attivati e mai utilizzati.

Però c’è una cosa strana che mi colpisce. Nel blog tutti possono leggere quello che uno scrive, commentarlo, ecc. Su Facebook et simili, non tutti i contenuti sono accessibili a tutti; bisogna essere amici, addati, ecc. E’ come se fosse necessario un muro, una selezione all’ingresso. In altre parole, prima sceglievi cosa mostrare a tutti; adesso, perso il controllo sui contenuti, l’unica cosa che puoi fare è scegliere a chi mostrarli. Strano, no?

Tutto questo per dirvi, più o meno, che ho scoperto questa nuova droga tecnologica chiamata Tumblr. Che ancora pochi conoscono, ma che secondo me è geniale. Una specie di blog ultrarapido. Vedi una cosa qualsiasi, ti piace, la condividi. Punto. Vediamo se sarà la mania del 2010… Io comunque sono qui.

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L’evoluzione della specie

“Tocca a me il compito di aprire questo dibattito elettorale nella mia qualità di ministro dell’Interno. Vi confesso che avevo una qualche perplessità a prendere la parola alla televisione perché sappiamo, per esperienza, che i telespettatori sono piuttosto severi con gli uomini politici e per noi sarebbe stato molto più gradevole offrirvi qualcuno dei personaggi più graditi alla massa dei telespettatori per portare la parola dei nostri partiti o anche del governo. Non possiamo avere le qualità fisiche di coloro che sono così popolari tra i telespettatori. Vi dovrete accontentate di quello che vi possiamo offrire e accettare tutti, belli o brutti che siamo, e così come siamo fatti. D’altro canto le elezioni sono delle cose serie e non possiamo lasciare a delle controfigure di esporre i problemi politici che vengono dibattuti nella campagna elettorale.”

(Mario Scelba. prima puntata della Tribuna elettorale, 11 ottobre 1960)

 

“Molte di voi non lo sanno, alcune sono deputate: ebbene, sarete candidate alle europee . Voglio volti giovani, facce nuove, per rinnovare l’immagine del Pdl e dell’Italia in Europa”. 

(Silvio Berlusconi, 21 aprile 2009)

Sulla questione morale

Mentre tutti parlano di questione morale, danni al partito e classi dirigenti, mi è venuto in mente un aneddoto che ho letto qui:

“Nell’immediato dopoguerra in alcune borgate della cosiddetta (allora) “cintura rossa” di Roma, giovani disoccupati iscritti al Pci, privi di qualsiasi fonte di sostentamento e possibilità di lavoro onesto, erano costretti a rubare. Ma prima di sparire nelle tenebre della notte, depositavano nelle mani del segretario della Sezione le loro tessere di iscrizione al partito, affinché in caso di arresto la polizia non le trovasse nelle loro tasche e non si potesse leggere sui giornali reazionari del mattino dopo: “Assicurata alla giustizia una banda di ladri comunisti”. “